In un suo articolo[1], Umberto Eco risponde a questa domanda affermando che non vi è una regola, ma che bisogna ricorrere alternativamente ai due criteri a seconda del testo, e fornisce interessanti esempi sulle strategie usate nella traduzione di alcune delle sue opere. Il caso che più mi ha colpito è la soluzione adottata per rendere fruibili le parti in latino de “Il nome della rosa” (1980) al lettore dello stesso romanzo in una lingua slava:

“Anche un lettore americano che non ha studiato il latino sa … che si tratta della lingua del mondo ecclesiastico medievale, e avverte un profumo di Medio Evo. … Ma per un lettore slavo queste frasi e titoli in latino, traslitterati in alfabeto cirillico, non avrebbero suggerito nulla.”[2]

Se la mia esperienza di studio e traduzione nell’ambito delle lingue occidentali mi ha subito indotto a pensare di risolvere il quesito lasciando inalterate le parti in latino all’interno del romanzo tradotto, l’autore ha fugato le mie false aspettative, affermando quanto segue:

“Con il traduttore slavo abbiamo deciso di usare, in luogo del latino, l’antico slavonico ecclesiastico della Chiesa ortodossa medievale. In quel modo il lettore poteva cogliere lo stesso senso di lontananza, la stessa atmosfera di religiosità, ma comprendendo almeno vagamente di che cosa si stesse parlando.”[3]

Un chiaro esempio, questo, di traduzione target oriented, intesa a “ricreare il senso del testo, l’impressione che il testo originale voleva produrre sul lettore”[4] senza imporsi, tuttavia, come LA soluzione dinanzi a qualsivoglia problema traduttivo – la cui scelta dipende fortemente dal testo a cui ci si trova di fronte.

E noi come possiamo rispondere alla domanda del titolo? La realtà di una società di traduzioni è generalmente posta di fronte a questioni di varia natura – scadenze imminenti, una tipologia testuale sempre diversificata, gli elevati costi di un potenziale adattamento, le esigenze del cliente – ma è vero anche che negli esempi riportati da Eco ho potuto rivivere la dicotomia di fondo che a volte capita di sperimentare in prima persona a livello di traduzione e revisione.

L’aderenza a un testo di partenza o l’eccessiva libertà rispetto a esso può generare perplessità nel destinatario di un lavoro di traduzione a seconda di vari criteri. Occorrerebbe allora tenere a mente quanto espresso nell’articolo sopraccitato, in cui l’autore afferma che “una traduzione soddisfacente deve rendere il senso del testo originale … [che] è soltanto il risultato di una congettura interpretativa… il risultato di una scommessa. … Ma il principio della scommessa interpretativa implica in qualche modo il principio di fedeltà” e di un’accettabilità intersoggettiva – e coerente rispetto a un testo – in grado di “validare o confutare una determinata scelta traduttiva.”[5]

[1] Eco, Umberto “Riflessioni teorico-pratiche sulla traduzione”, in Teorie contemporanee della traduzione a cura di S. Nergaard, Strumenti Bompiani, Milano 1995: 121-146.

[2] Ibidem, p. 129.

[3] Ibidem, p. 130.

[4] Ibidem, pp. 128-129.

[5] Ibidem, pp. 138-139.

Pin It on Pinterest